I recenti risultati elettorali sembrano segnare anche in Italia la fine della sinistra. La sinistra in tutte le sue declinazioni (socialisti, socialdemocratici, formazioni varie, come Podemos, etc.) governa ormai pochissimi stati, per lo più periferici (Portogallo, Nord Europa). Solo in Gran Bretagna il riformato Labour Party di Corbin sembra in grado di proporsi alla guida del paese. Un quadro siffatto comporta che la riflessione sul declino della sinistra non può essere circoscritta a singole deficienze dei gruppi dirigenti o ai personalismi di Renzi per quanto riguarda l’Italia, ma a qualcosa di più profondo e radicale: un cambiamento economico, culturale e sociale del quale la sinistra non ha saputo leggere la portata e non ha trovato, per conseguenza, risposte e progetti adeguati. A nostro parere, le cause vanno ricercate proprio nei cambiamenti dei paradigmi economici e nella crisi della politica. Come sempre, è problematico distinguere bene tra l’aspetto strutturale e quello sociale e dell’intermediazione politica; ma bisogna avviare questo sforzo se si vuole provare a ricostruire una proposta di sinistra di classe. I paradigmi economici Negli ultimi cinquant’anni si è consumata la sconfitta dei lavoratori a vantaggio del capitale. Per avere una conferma a questa affermazione bastano due numeri: nel mondo occidentale, a prescindere dalla specificità dei singoli paesi e delle condizione di lavoro, la quota dei salari sul Pil è scesa da poco meno del 60% a circa il 42%, come si vede nella seguente tabella Una riduzione drammatica, che ha comportato non solo la perdita salariale, ma, per così dire, di stato e di ruolo della classe operaria. Non più partecipe della produzione e della distribuzione della ricchezza, non più un soggetto con piena rappresentanza sindacale, ma ridotto a fattore di costo, come i recenti casi di delocalizzazione stanno dimostrando. L’accumulazione di ricchezza finanziaria ed il suo dominio su tutto il ciclo del lavoro, che rimane in ultima analisi l’unico vero produttore di ricchezza reale, vale a dire di bene e servizi per le persone e fondamento ineludibile anche di quella ricchezza finanziaria di cui si è detto. Purtroppo la sconfitta del mondo del lavoro sembra rovesciare nel senso comune, o meglio nella comunicazione economica così come è confezionata, questo assioma di base; per cui sembra quasi che la ricchezza finanziaria sia così buona da elargire qualche briciola ai lavoratori, mai abbastanza produttivi, mai abbastanza responsabilizzati, mai abbastanza preparati. È più importante trasmettere le notizie di borsa piuttosto che quelle dell’economia reale perché le borse misurano gli indici di gradimento dei cosiddetti mercati, vale a dire delle strutture internazionali che concentrano ricchezze finanziarie enormi e possiedono una parte consistente del debito pubblico di vari paesi.
La crisi della politica
La cornice economica abbozzata in precedenza ha avuto forte ricadute anche sui sistemi di rappresentanza e mediazione. La finanziarizzazione dell’economia è per sua natura fortemente globale. In sostanza i detentori di capitale finanziario agiscono in tutto il mondo e vivono le legislazioni e la presenza degli stati come un vincolo da aggirare o come un’opportunità da sfruttare. In buona sostanza la finanza è in grado di intervenire non solo su ciascun bene/servizio/risorsa naturale esistente, ma anche sulle politiche degli stati. In questo modo accade che gli stati nazionali non riescono a svolgere in autonomia le loro politiche perché per prima cosa devono garantirsi il gradimento o almeno la neutralità delle istituzioni finanziarie e possono farlo solo assicurando loro un ritorno economico. Purtroppo le istituzioni finanziarie non si fanno carico dei problemi sociali perché essi non rientrano nei loro fini istituzionali. Gli stati, invece dovrebbero, ma, di là di inefficienze e corruzioni, non hanno risorse adeguate perché dipendono dalla bontà della finanza per contrarre o alimentare il loro debito; e, come detto prima, la finanza non si preoccupa se deve essere chiuso un ospedale, se devono essere ridotte le pensioni, e cosi via. Il primo grande sistema di rappresentanza, gli stati, è dunque sostanzialmente in crisi; tanto che, come dimostra lucidamente Baumann, nasce un sentimento che definisce come Retrotopia, vale a dire immaginare che gli stati prima della globalizzazione garantissero ai cittadini sicurezza fisica e sociale. Forse l’affermazione della Lega e persino quella dei Cinque Stelle da noi possono essere facilmente iscrivibili in questo sentimento. Ed altrettanto facilmente si capisce il declino dei partiti di sinistra e persino di quelli liberali. Naturalmente, tutti gli altri sistemi di rappresentanza all’interno degli stati, vale a dire i partiti ed i sindacati in primo luogo, riflettono ed ampliano questa incapacità sia di rappresentare gli interessi materiali dei cittadini e dei lavoratori sia di svolgere la loro naturale funzione di mediazione tra questi interessi e quelli generali dell’insieme della comunità nazionale, proprio perché sono venuti meno questi ultimi, senza che nel frattempo si costituissero organismi politici più generali capaci di svolgere le funzioni tipiche degli stati. Il processo di unificazione europea ne è una dimostrazione plastica. In qualche modo siamo alle soglie di un fenomeno di ritorno al medioevo politico, nel quale convivono aggregati tendenzialmente universalistici, il famoso impero, ed aggregati locali, che teoricamente ne fanno parte, ma che sono in competizione prima di tutto tra di loro. Purtroppo gli imperi possibili non sono solo grandi aggregati territoriali, che sono anch’essi relativamente fragili, ma soprattutto finanziari. È ad essi che si rivolgono o rischiamo di rivolgersi gli aggregati locali, bypassando le appartenenze geografiche. La possibilità che questo processo si affermi è facilitata dalla crisi sociale alimentata incessantemente sia dalla riduzione del welfare sia dalla riduzione del reddito da lavoro; il che vuol dire che anche i fortunati che hanno un lavoro sempre più spesso non sfuggono al rischio di povertà. Dunque crisi delle istituzioni di rappresentanza per in verso e fragilità sociale per l’altro. Il processo è in atto, per cui l’unica nota di speranza è che può essere arrestato o indirizzato in modo diverso, a condizione di trovare soggetti capaci di farlo. Per dire il vero fenomeni di resistenza sono largamente diffusi ma, sinora, non in grado di connettersi tra loro e dare un indirizzo preciso. In questo senso una rilettura storica della situazione dell’Europa prima degli stati nazionali sarebbe assai utile. La politica sarebbe più che mai necessaria, dunque, ma essa è diventata la cosiddetta anatra zoppa. Appare e tutti la citano, ma, incapace di muoversi agilmente, proprio come l’anatra zoppa, non sembra produrre risultati. Inutile dire che al capitale finanziario, che a sua volta non è un’entità univoca, conviene che l’anatra sia zoppa ed anzi che perda del tutto la sua capacità di sopravvivere. Al disarmo della politica si è giunti utilizzando anche un’arma molto efficace: la messa sotto accusa di corruzione di governanti o di intere classi politiche, che, consapevolmente o inconsapevolmente, costituivano un argine alla globalizzazione. Quest’arma è particolarmente insidiosa perché non ha bisogno di portare prove e perché erode la fiducia verso la politica. Un esempio recentissimo: i Cinque Stelle, che l’hanno cavalcato a lungo soprattutto contro il PD, si rivolgono allo stesso PD, cioè ai corrotti, per formare un eventuale governo. Inutile dire che se ciò accadesse, tutti a cominciare di Cinque Stelle dovrebbero dire che accadrebbe per l’interesse alle poltrone. Ci sono, ovviamente, molti altri esempi storici di portata maggiore: dalla scomparsa dei pochi leader africani, ed oggi vediamo come è ridotta l’Africa, a quella che ha riguardato le classi dirigenti dei paesi che facevano parte dell’area dell’ex sovietica, ed anche in questo caso le conseguenze sono evidenti; dalla penisola balcanica, la Serbia prima di tutti, ai paesi arabi del nord Africa con le famose primavere. Il fenomeno non è finito ed investirà, in parte lo ha fatto già, quelle situazioni, Russia, Cina, India, Brasile percepite in qualche modo come ostacolo alla globalizzazione finanziaria. Solo che in Russia e in Cina si scontra con apparati più forti, al cui interno il potere politico è molto consolidato. Lo screditamento della politica è stato perseguito lucidamente dal capitale finanziario. Questo non vuol dire che casi anche lampanti di corruzione non ci siano stati e non ci siano; ma invece che esser perseguiti dalla giustizia penale sono stati utilizzati per liquidare o almeno ridurre drasticamente la capacità della politica di mediare tra interessi diversi, compresi quelli del capitale. Insomma si è buttato il bambino insieme all’acqua sporca. La caduta della politica non ha comportato che sparisse la corruzione; al contrario l’ha fatta crescere considerevolmente perché è venuto meno il controllo che i partiti riuscivano ad esercitare.
PREMESSA: L’INADEGUATEZZA DELL’ORDINAMENTO IN MATERIA. TERMINI VERI E TERMINI FALSI DELLA QUESTIONE
In occasione dell’attacco di Renzi a Visco per impedire la conferma di questi alla guida della Banca d’Italia, attacco per fortuna fallito, nonché dei primi passi della Commissione Bicamerale Parlamentare d’inchiesta, è emersa finalmente l’inadeguatezza dell’impianto dell’ordinamento bancario e finanziario. Lo ha detto pure un magistrato serio ed autorevole come Francesco Greco. Ma proprio perché generalizzata è una constatazione che sa di parziale se non addirittura travisata. Certamente, è un’inadeguatezza palese ma che non è univoca in quanto trascura che l’assetto istituzionale del risparmio si fonda su un nesso dialettico tra stabilità e correttezza: una cosa era quando la stabilità era salvaguardata ed anzi assicurata, e quindi il nesso era di pretendere nel settore prestazioni veramente elevate ed altra quando la stabilità è saltata e si entra in una fase con rischio di effetti selvaggi. La critica all’assetto dei controlli sembra derivare più dalla deflagrazione degli effetti che da un’analisi lucida dell’impianto. Una cosa è certa: vi sono “default” e scandali a iosa. Ma che l’impianto non fosse idoneo nessuno se ne era accorto?? Ed allora se si va alla contingenza non vi è il rischio che ognuno effettui denunzie per proprie ragioni di parte? E un’analisi delle contingenze può essere affidata alla politica, regno per eccellenza della contingenza, e quindi inidonea a gestirla invece che a poteri imparziali? La messa sotto accusa delle Autorità di Vigilanza, in particolare Banca d’Italia, ha senso o non è piuttosto un mezzo per deviare l’attenzione dai retti binari ed evitare di affrontare il nodo delle vere cause dell’inadeguatezza? Il che vuol dire che l’inadeguatezza risponde ad esigenze veramente pressanti e facenti capo a gruppi di potere dalla forza formidabile. Il nesso tra stabilità è correttezza è dialettico, nel senso che da un lato la stabilità è essenziale, in quanto nessun intermediario è corretta se non è stabile, ma dall’altro una stabilità con lesione dei diritti altrui diventa illecita. In definitiva, con il venir meno della stabilità è crollato un sistema il cui impianto era già di per sé fragile e tenuto in piedi solo dalla stabilità Se non si comprende che il modello era in crisi da tempo , forse con profili di problematicità “ab origine”, non solo si va dietro alla contingenza ed anche alle strumentalità, ma soprattutto si rinunzia ad affrontare la problematica nei suoi esatti termini. E ciò non è innocuo, in quanto al contrario risponde a forti interessi, che vanno evidentemente individuati.
1. PROFILI STORICI
Fino ai primi anni ’90 l’ordinamento bancario era quasi elementare, in quanto ruotante intorno a due elementi essenziali, uno soggettivo, Banca d’Italia, con i suoi poteri immensi e l’altro oggettivo, rappresentato dalla stabilità sia delle singole banche sia del settore bancario e finanziario nel suo complesso, in funzione del quale venivano per l’appunto conferiti a Banca d’Italia i poteri sterminati testé evocati ed in funzione della cui effettiva salvaguardia veniva giudicato il suo operato. Banca d’Italia ha avuto grandi Governatori, come Menichella, Guido Carli, Paolo Baffi e Ciampi. Grazie a questi uomini ha capito, “rectius” ha fatto capire l’importanza del mondo bancario per sostenere l’economia italiana, e ne ha imposto la tutela più rigorosa ed a volte anche rigida. Per questo ha salvaguardato la fiducia del mercato e dei risparmiatori nelle banche, caratterizzate in termini di stabilità e quando in crisi oggetto di rapidi salvataggi. I risparmiatori non azionisti e quindi creditori della banca non dovevano perdere nulla, e fino al 2015 in effetti nulla hanno perso. La guida dei Governatori succedutisi nel tempo era forte ed autorevole. I Governatori hanno rappresentato così la coscienza critica del Paese ed hanno svolto un ruolo di moderazione e di controllo nei confronti del potere pubblico ed anche di quello privato. Il ricordo dei singoli Governatori con le loro caratteristiche come protagonisti della vita economica ed anche politica italiana porta a due conseguenze. I Governatori hanno fatto la Banca d’Italia e la Banca d’Italia ha fatto l’Italia. Sembra che il Governatore potesse essere paragonato al Presidente del Consiglio ed al Capo dello Stato e che la Storia dei diversi Governatori succedutisi nel tempo possa rappresentare una delle parti più vitali della Storia d’Italia e soprattutto quella maggiormente in grado di fornirci una visione privilegiata della Storia citata per ultima. In termini istituzionali e giuridici, la duplice conseguenza vuol dire che la fissazione dei poteri dell’Istituzione e della sua guida non erano così definiti, altrimenti un ruolo così determinante non sarebbe stato possibile per figure non poste all’apice dei poteri costituzionale. Ma se questa è una verità elementare vuol dire che da un lato Banca d’Italia aveva acquisito, nei fatti e solo implicitamente da un punto di vista giuridico, il ruolo di un Organo costituzionale e dall’altro i suoi poteri in materia bancaria e finanziaria erano illimitati. Erano due profili anomali per uno Stato costituzionale. Ma era una situazione di fatto sfuggita a quella di diritto o la spiegazione era più profonda? I poteri di Banca d’Italia si basavano sulla c. d. legge bancaria del ‘36-38, che era molto generica e concedeva poteri senza fissazione dei criteri e specificazione degli stessi: pacificamente non rispettava i limiti della riserva di legge di cui all’art. 41, 2° e 3° comma, per i limiti all’iniziativa economica privata e per la programmazione economica Si era risolto il problema evidenziando che la legge bancaria si basava sull’art. 47 della Costituzione e sulla tutela del risparmio in tutte le sue forme ivi fissata: senza arrivare alla tesi che l’art. 47 superasse i problema di costituzionalità della legge bancaria, in quanto la verifica dell’effettiva rispondenza della legge alla Costituzione spettava alla Giustizia costituzionale –ed una presa di posizione effettiva è sempre mancata, per cui si può dire che era una tesi sì valida in via prospettica e generale, bensì non totale, residuando dei dubbi, ineliminabili, come si vedrà--, era sostenibile che gli interventi ed i controlli non rispondenti a finalità sociali ma a tutela del risparmio non fossero soggetti ai limiti della riserva di legge, bensì rientrassero nella tutela del risparmio e pertanto emanassero da poteri discrezionali della Banca d’Italia. L’opinione è ancora in essere. Essa è valida perché coglie l’essenza della finanza, pre-condizione di ogni sistema economico, che vede coesistere settori in avanzo e settori in disavanzo: di qui la necessità di tutela; di qui la natura fattuale e non di merito del risparmio come valore: prorpio per questo, si tratta di valore indefettibile. Pertanto, ma anche peraltro, il tradurre ciò in concetti giuridici non è agevole. Si è cercato di distinguere tra poteri di politica economica a poteri di regolarità, il che ha un senso anche se si rivela restrittivo ridurre i poteri di Banca d’Italia ad una mera regolarità. Da qui si è partiti per sostenere che si tratta di poteri neutri (Capriglione), il che è invece inammissibile, in quanto la stabilità presuppone la scelta tra interessi sottostanti ad un’attività imprenditoriale che non si differenzia poi, realisticamente, da una politica economica. La differenza va cercata su altra base: la stabilità richiede la protezione del settore finanziario, inteso in senso omnicomprensivo e tale da includere anche la creazione di -e l’intermediazione in- moneta, il che vuol dire che tale settore è sottratto alla concorrenza ed al mercato. I poteri di Banca d’Italia erano e sono pertanto poteri di politica economica più pura ed incondizionata nei limiti della scelta fondamentale in materia di sistema economico, liberista o liberale temperato o socialdemocratico o, addirittura, socialista: i poteri di Banca d’Italia possono essere realizzati senza fonte di legge, se non incidono sull’assetto generale di sistema economico. Per andare al di fuori di tali limiti, occorre una legge nel rispetto dell’at. 41, 2-3° commi, Cost.. Ebbene, tale sistema dai fondamenti nitidi ma non fissati in modo esplicito, ha retto per anni garantendo la stabilità delle singole banche e dell’interno ordinamento, senza che i risparmiatori non azionisti ma creditori della banca abbiano mai perso un euro, come visto, fino al 2015. Fatto sta che Banca d’Italia, oltre ad essere la Banca centrale e la massima Autorità amministrativa indipendente, grazie a questi meriti si è collocata certamente non al di sopra ma altrettanto certamente a fianco del potere politico. Nessuno si faceva venire l’idea balzana di metterla in discussione. Ciò salvo gli attacchi eversivi tesi a colpirla per realizzare colpi di stato non necessariamente violenti: esempio clamoroso l’attacco a Baffi e Sarcinelli su iniziativa di Sindona e Calvi con l’appoggio di Andreotti. Da un punto di vista squisitamente giuridico, i poteri di stabilità non avevano valore e vigenza da un punto di vista strettamente civilistico, non intaccato da controlli di grandi numeri. Pertanto, dal punto di vista del rilievo giuridico, il ruolo di Banca d’Italia si presentava tale da non incidere sui principi fondamentali ed in modo da restare al piano implicito e di sottotraccia. In Italia, la situazione ha registrato il primo grande cambiamento nei primi anni ’90 con le privatizzazioni e con la consacrazione dell’attività in titoli quale collocata sullo stesso piano di quella di deposito e fidi. Banca d’Italia si è trovata, sotto il primo aspetto, a fare l’arbitratore di assetti societari con scelte di merito in cui l’aspetto protezionistico veniva affiancato se non addirittura superato da un’ottica di direzione del settore fondamentale dell’economia. Nel momento in cui era ancora in essere la svolta liberista di Reagan e della Thatcher, come lo è tuttora, ed in forma pura risultando temperata solo a parole, tale dirigismo si rivelava e si rivela singolare: quello che è certo è che era ed è una forma di direzione che va al di là dei limiti sopra fissati e fonda un sistema di politica economica vera e propria atipica vale a dire senza l’inserimento in un sistema di programmazione democratica propria della socialdemocrazia genuinamente di sinistra. Sotto il secondo aspetto, non solo è aumentata l’instabilità insieme al dinamismo ma anche si è creata una situazione di rischio dei risparmiatori senza lesione della stabilità, in modo da richiedere così controlli di correttezza tali da incidere sui principi civilistici. Si sono in tal modo introdotti nell’ordinamento degli elementi di incoerenza e di disorganicità: sul primo punto, si è introdotta la previsione di fatto di poteri dirigistici tali da andare oltre la stabilità e da rientrare in una politica economica antiliberista anche se alla fine tali da garantire un liberismo di fondo. Il settore economico principale è diventato tale da rientrare in un antiliberismo formale ed in un liberismo sostanziale. E’ un settore rispondente ad una vera e propria schizofrenia. Sul secondo punto, si è prevista la tutela della correttezza, tali da andare oltre la stabilità e da introdurre per la prima volta la valenza civilistica dei controlli pubblici, senza un vero e proprio coordinamento con la tutela della stabilità, creando un quadro esplosivo e privo di punti di riferimento solidi. E si tratta di correttezza non riconducibile a quella del codice civile, dove ha una valenza in chiave di completamento di specifici obblighi, “massime” in chiave integrativa od esecutiva. Nel nostro settore, ha invece la valenza di impedire deviazione dell’intermediario finanziario dai suo ruolo, in chiave di commistione di concetti e di valori, creando una situazione normativa ibrida e generica, senza rigore –peraltro, nelle presenti note si continuerà ad utilizzare tale termine, che è generalizzato nel settore. Gli errori di Fazio -Governatore dal ’94 in sostituzione di Ciampi-, che ha realizzato comportamenti di favoritismo nei casi Antonveneta/Bnl e di latitanza nei primi scandali finanziari relativi all’operatività in titoli in cui erano protagoniste le principali banche italiane ed estere (Cirio,Parmalat),vanno inquadrati in una situazione nuova, priva di strumenti in grado di reggere tale situazione nuova. Per completare il quadro, Ciampi negli anni ‘80 oltre a tutelare in modo egregio la stabilità, aveva fatto sì che fosse emessa una normativa –il Testo Unico Bancario del 93- idonea ad inquadrare Banca d’Italia ed i suoi poteri nel sistema giuridico italiano trovando una base giuridica e legislativa solida ai suoi poteri ed evitando quei margini di incertezza che avevano creato la situazione delicata che costrinse Baffi alle dimissioni. Tale aspetto di profonda regolarità politica ed istituzionale si poggiava peraltro su un equivoco –vale a dire relativo al tentativo di rendere ordinari controlli invece straordinari, ed il vero compito era ed è di mantenerli straordinari senza farli diventare eccezionali, e quindi non di adattarli al sistema giuridico ma di adattare questo a quelli, nel rispetto dei principi fondamentali - che sarebbe esploso trent’anni dopo. Nella stessa ottica, per evitare ingerenze della magistratura sulla gestione delle banche, si era stabilito che la banca è un’impresa, il che è ovvio, però così si sono eliminati profili pubblicistici tali da giustificare un regime penalistico aggravato: anche qui, si è creato un equivoco, in quanto per evitare eccessi penalistici si è privato l’ordinamento di forme di controllo diverse da quelle di stabilità. Ed è un equivoco non innocuo, in quanto fornisce la base a poteri al di fuori della stabilità, senza i presupposti di cui all’art. 41 Cost: si è istituzionalizzato un sistema normativo “praeter Costituzione”, in grado di diventare, alla prima occasione, in grado di sconvolgere una solidità solo apparente , anticostituzionale.
2. IL CONTESTO: LA CRISI FINANZIARIA INFINITA
La crisi finanziaria ha portato numerosi elementi di destabilizzazione. In primo luogo la speculazione ed i prodotti rovinosi (derivati) hanno leso la correttezza, ed hanno trovato l’ordinamento privo di controlli sistematici ed effettivi , ma alla lunga hanno leso anche la stabilità. Gli scandali finanziari hanno trovato definitivamente come protagonisti gli intermediari importanti e primari. La speculazione ha preso il sopravvento ed ha condizionato le banche principali: e così ha portato al dissesto l’economia. La crisi delle banche ordinarie che esercitano il credito è dipesa essenzialmente dalla crisi dei settori produttivi –caso clamoroso quello dell’edilizia- che le banche stesse hanno finanziato ed anche dalla debolezza complessiva del sistema finanziario dominato dalla grande speculazione e non in grado di porre in essere un esercizio ordinato delle attività ordinarie. La separazione tra banche ordinarie e banche d’affari, proposta da tutti come panacea di ogni male, è una grande cannonata nell’acqua, priva di effetti di rilievo ed atta solo a creare suggestione. Se la separazione opera solo all’interno di unica impresa ma non di unico gruppo è solo formale: se invece opera anche all’interno del gruppo allora pone le condizioni per gruppi speculativi senza solidità, questa attribuita solo da attività ordinarie, ed inoltre spezza artificiosamente il settore finanziario, unitario. La crisi del 2008 è scoppiata a partire da banche d’affari non collegate a banche ordinarie. Il dominio della speculazione sulle attività ordinarie dipende da crisi della finanza nel suo complesso e un’attività ordinaria isolata sarebbe sempre preda dei venti del mercato La separazione tra attività ordinaria in crediti e intermediazione nei pagamenti, vale a dire nella moneta scritturale, è artificiosa, visto che l’essenza della banca è non il collegamento tra attività di raccolta del risparmio e concessione dei crediti, propria di qualsivoglia società finanziaria, ma la circostanza che i propri debiti sono strumenti di pagamento. La finanza domina l’economia ma è in crisi endemica. Da ciò consegue in defettibilmente che è una situazione che è al di fuori dei poteri di una Banca Centrale, la quale si muove nell’ambito dei principi cardine del sistema economico e non può sovvertirli. La normativa “bail-in”, con il limitare i salvataggi bancari, non solo ha destabilizzato l’economia intera, bloccando la fiducia del pubblico nelle banche e nella loro moneta, quella scritturale,ma ha anche posto i controlli di Banca d’Italia sulle banche, ormai prive di copertura in caso di insolvenza, in termini rilevanti da un punto di vista civilistico e pertanto sotto il sindacato continuo della magistratura ordinaria. La limitazione di poteri di salvataggio da essa operato ha anche incrinato l’attività di vigilanza priva di poteri di incidere sui risultati e quindi soggetta a sindacato come qualsiasi attività discrezionale privandola di quella sovranità economica che la caratterizza. Il protezionismo senza stabilità e senza collegamenti con una programmazione pubblica ha reso i poteri di controllo suppletivi della politica senza efficacia. Non basta: il protezionismo ha leso definitivamente la correttezza, non solo senza beneficio per la stabilità, ma addirittura alla fine ledendola irrimediabilmente. La Consob è così diventata un mero duplicato di Banca d’Italia senza alcun valore aggiunto. A perfezionare la completa “de-strutturazione” dell’ordinamento del settore, è da confermare che il diritto civile condiziona i controlli pubblici non solo nel ramo dei titoli ma anche in quello bancario “tout court”nel momento in cui i salvataggi non sono più possibili e vi sono le insolvenze non risanate.
3. LE LINEE DI RIFORMA
Le linee di riforma sono complesse, per venire a capo di una situazione inestricabile. La tutela della stabilità è essenziale e richiede un’autonomia piena della Banca Centrale e non una semplice discrezionalità, la quale presuppone invece un ruolo esecutivo e non una capacità di autonomia di indirizzo propria di poteri di controllo. Altrimenti, il controllo diventerebbe attuativo di scelte politiche, in un‘ottica incompatibile con uno stato di diritto. Ma la stabilità non è tale se si pone solo in via preventivo. Occorre premettere che l’esito negativo dei controlli di stabilità non dipende da un loro fallimento, visto che sono controlli di grande numeri e non di merito delle operazioni: Ma non solo: occorre non dimenticare che la politica e l’opinione pubblica chiedevano a viva voce, dopo la crisi del 2008, che le banche si riconvertissero dalla finanza ai crediti alle imprese produttive, e questo hanno fatto, sia pur male. Ma non solo ancora: dopo gli errori di Fazio, si è posta avanti in modo assordante –soprattutto dai liberisti quali Giavazze ed Alesina, ma nolo da loro-, una campagna asfissiante contro l’eccessiva estensione dei poteri diBbanca d’Italia. Chi lamenta l’estio negativo dei controlli non fa altro che emanare lacrime da coccodrillo. Ciò premesso, ebbene, in caso di esito negativo di detti controlli di stabilità, da un lato occorrono sanzioni pesantissime, e dall’altro la presenza di poteri di salvataggio. Sul primo punto, occorre disincentivare i cittadini dal violare la stabilità: occorre quindi l’introduzione di sanzioni amministrative anche sospensive ed impeditive dell’esercizio dell’attività, e pene anche di reclusioni molto incisive. Per far ciò occorre ripristinare uno statuto soggettivo delle imprese bancarie e finanziarie con profili pubblicistici. Sul secondo punto, la stabilità è impossibile se i depositanti ed i risparmiatori non imprenditori perdono le proprie risorse affidare alla banca. Di qui la necessità del’abolizione del “bail-in”. La stabilità è il valore essenziale da tutelare: ma non si può pensare minimamente di provvedere a tale tutela se se non si tiene conto dell’emergere prepotente della correttezza nelle operazioni in titoli e dei poteri dirigistici in materia di assetti societari della banca. Sull’aspetto evidenziato per ultimo, il dirigismo rende evidente che l’assetto liberistico del mercato del credito, salvo la stabilità, è anacronistico: la Banca Centrale ha poteri di politica economica e pertanto occorre inserirli nei quadro delle garanzie costituzionali di cui all’art. 41. La Banca Centrale non è più autoreferenziale nei propri compiti. Occorre inserirla nell’ambito della programmazione economica. Il che è ancor maggiormente necessario se si tiene conto che la crisi del settore bancario comporta l’ineluttabilità delle concentrazioni e la posizione privilegiata delle banche maggiori, come dimostra il salvataggio delle banche venete, dal che consegue il ruolo residuale della concorrenza. Senza un quadro di programmazione economica pubblica si crea una situazione di totale squilibrio. Sull’altro aspetto, la correttezza richiede il divieto di abusi e la rilevanza civilistica dei controlli e la necessità di rendere la stabilità non autoreferenziale: I seguenti prodotti venduti sul mercato sono abusivi ed illeciti: a) strumenti derivati abnormi come rischio e come oneri; b) obbligazioni strutturate in cui la componente derivativa sia troppo elevata; c) obbligazioni subordinate, se offerte in massa quando invece sono prodotti di nicchia; d) obbligazioni convertibili in cui la conversione è obbligatoria a scelta dell’emittente in violazione della possibilità del risparmiatore di uscire dall’investimento. A ciò vanno aggiunti: e) fondi obbligazionari e monetari in cui il rendimento annuo è costantemente minore di quello delle obbligazioni sottostanti; f) più in generale fondi in cui il rendimento annuo è costantemente minore del valore delle commissioni. L’illegittimità dipende dalla natura intrinsecamente abusiva per elusione delle esigenze fondamentali dei risparmiatori (a-d) o per la deviazione strutturale del prodotto dalle caratteristiche in cui viene percepito dai risparmiatori (b-c) o per mancanza di un valore aggiunto (e-f). La correttezza intesa quel necessità di rispondenza alle esigenze fondamentali dei risparmiatori non è altro che vincolo di coerenza rispetto al ruolo: è l’ordine pubblico economico, che richiede un controllo non solo in negativo ma anche in positivo delle operazioni, al fine di conformarne la funzione economico-sociale concreta, in un’ottica di funzionalizzazione esterna del contratto e dell’iniziativa ad essa sottostante. E’ la funzionalizzazione produttiva dell’impresa, per cui il profitto è giustificato solo se vi è un ruolo produttiva coerente e rigoroso (art. 41 Cost.): è il prodromo della funzionalizzazione sociale di cui al secondo e terzo comma dell’art. 41. Per inciso, alla luce del nesso dialettico tra stabilità e correttezza, la Consob è necessaria, e sempre in autonomia da Banca d’Italia, ed anch’essa come organo costituzionale, meno importante di Banca d’Italia ma sempre con forme di tutela della sua autonomia a livello di giustizia costituzionale. Chiuso l’inciso, La trasparenza è necessaria, ma non è fine a sé stessa, come invece vuole l’impostazione dominante a partire dal grande compianto Guido Rossi: la finalizzazione a sé stessa della trasparenza presuppone il ruolo oggettivo del mercato predominante rispetto a quello dell’impresa. Poiché così non è, la trasparenza è uno strumento al servizio della correttezza. La correttezza comporta la limitazione della speculazione e del capitale finanziario, e pertanto si unisce ad una forte tutela della stabilità, ma comporta anche una direzione complessiva dell’economia. La crisi del settore del credito con l’emergere di situazioni di insolvenza rende i controlli pubblici dalla rilevanza civilistica anche in detto settore. Occorre la ripresa dei poteri di controllo in modo pieno, ripresa piena ed assoluta, ma senza cedimenti al populismo ed al consumerismo, vale a dire con una salvaguardia dell’efficienza del settore da dirigere politicamente. Il recupero del credito deve essere privilegiato rispetto ai debitori insolventi, con sanzione dei comportamenti elusivi. L’art. 388 c.p. punisce chi compie comportamenti fraudolenti sui propri beni per sottrarsi a Provvedimenti di condanna ed anche a Procedimenti instaurati, mentre va esteso addirittura agli atti precedenti (in modo da punire il loro utilizzo successivo fraudolento). Occorre sanzionare penalmente ogni atto di distrazione del patrimonio fraudolento in qualsiasi momento compiuto.
CONCLUSIONI: SI PUO’ FARE A MENO DI UNA BANCA CENTRALE INTERNA?
Ma il problema è più serio: se si vuole la stabilità del settore occorre una forte Banca centrale e con ampi poteri senza pretesa di sindacato capillare esterno su di essa: l’unico sindacato ammesso è quello proprio di un potere costituzionale, per assicurarne il rispetto del suo ruolo, senza deviare dai fini costituzionali: ma la necessità del rispetto della legge da parte sua è per l’appunto in funzione della tutela del risparmi che le fornisce poteri direttamente –senza passare per altri poteri costituzionali- esecutivi della legge ed addirittura integrativi nei limiti molto ampi attribuiti dall’art. 47. Questa non è un’affermazione forte, come appare “prima facie” ma è la sola verità: la legge del ‘93 fissa quale elemento essenziale dei controlli di Banca d’Italia la “sana e prudente gestione”, che è un concetto indeterminato ed indeterminabile e quindi “praeter legem”. Occorre riconoscere la sua sovranità economica e quindi non solo come autorità amministrativa indipendente, ma soprattutto come autorità costituzionale. La costituzionalizzazione di Banca d’Italia vuol dire renderla potere costituzionale, ma non rendere sacrale una zona grigia come invece molti pretendono. Il sindacato è quello proprio su un organo costituzionale, come è bene ribadire. Senza un organo costituzionale non vi è stabilità. L’inserimento nella politica economica è un passaggio oggi doveroso ma ulteriore e che non può prescindere dalla sovranità monetaria ed economica: è necessaria una sua autonomia rispetto alla politica, non assoluta ma nemmeno minima. Guido Carli negò il collegamento i due elementi, collocandosi nel senso di ritenere che il primo porti a ritenere inammissibile il secondo: ed invece occorre creare il collegamento: ma il primo elemento è imprescindibile. Quello che è certo è che una Banca Centrale non può essere fagocitata dalla programmazione ma non può fare a meno di essa. Il collegamento è indefettibile come mostrato dal fatto che le banche sorreggono il debito pubblico, anche dopo lo scellerato divorzio tra Ministero del Tesoro e Banca d’Italia dell’81, per cui lo fanno in modo non sistematico e con i conti pubblici in mano alle grande banche d’affari che gestiscono le aste di collocamento, mentre la crisi dello Stato debole porta a non consentire il salvataggio delle sue banche. La riforma del settore bancario richiede la ripresa di una sovranità interna. Il diritto civile deve essere rivisitato dai controlli pubblici che richiedono la salvaguardia delle ragioni fondamentali del risparmio quali garantite dai controlli pubblici, che quindi non devono più essere avulsi dai criteri civilistici. E’ così chiara la portata del dibattito in corso. Il ridimensionamento di Banca d’Italia e l’attacco ad essa si pongono nella direzione di mancata tutela del sistema bancario. Ciò perché il capitale finanziario indebolisce la funzione tecnico-produttiva bancaria e privilegia quella speculativa, che consente la stabilità solo per i grandi gruppi, mentre quelli piccoli e medi possono sopravvivere solo in condizioni eccezionali. Di qui la logica ed indefettibile conseguenza che la separazione tra funzione creditizia e funzione monetaria, che in molti ed autorevoli e lucidi stanno sostenendo, all’estero ed in Italia, sarebbe la lapide del sistema bancario e dell’intera economia. Le banche centrali interne –tranne che pochi Stati forti- hanno ora un ruolo secondario ed accessorio rispetto a quello delle banche centrali sovranazionali. Il sistema bancario ha pero stabilità e solidità in conformità a tendenze del capitale finanziario. Questi ha portato alla perfezione la forza del capitale, ma in modo del tutto inefficiente, smentendo i principi fondamentali del liberismo. Le tendenze all’internazionalizzazione ed alla dematerializzazione del capitale finanziario sono rese necessari dalle dinamiche economiche ma sono in contrasto con l’efficienza economica. L’efficienza economica richiede la ripresa della sovranità interna, ma non come sovranità nazionale, che si basa sull’unificazione impressa dal capitale, come mostrato dalla prima guerra mondiale in poi , bensì quale ancoramento del potere alla localizzazione necessaria per tutelare gli strati sociali e popolari non riconducibili al capitale finanziario. E’ la sovranità popolare della nostra Costituzione (sulla falsariga del pensiero di Rousseau e della parte più vitale del marxismo): è da ribadire che essa è a base della nostra Costituzione, i cui tentativi di svuotamento e di distorsione sono finora fortunatamente falliti). La Banca Centrale interna è fondamentale nel senso di potere costituzionale. La Banca sovranazionale deve coordinare quelle interne e non dominarle. La programmazione economica democratica interna è essenziale per la tutela del settore bancario e per la autonomia di Banca d’Italia. La programmazione, nel momento in cui sostituisce l’ordine all’anarchia capitalistica, ha una tendenza anticapitalistica ineliminabile. Poiché il momento di superare il capitalismo è ben lungi dal venire, occorre una pianificazione che si basi su una mediazione con il capitale e su una forma di capitalismo organizzato. E’ quel regime di semi-socialismo proprio del dibattito dagli anni ’30 agli anni ’50 (in cui si schierarono a favore e contrario due famosi intellettuali legati in modo non organico alla Scuola di Francofrote e seguaci della Teoria Critica, rispettivamente Federick Polloch e Franz Neumann) e di una pianificazione capitalistica (cui pensava Rudolf Hilferding durante la Repubblica di Weimar, sempre come forma di transizione la socialismo). Nè si può dire che è un tema del secolo scorso, pertanto in via pretesa oramai superato, in quanto invece non è affatto superato: il capitale finanziario ha distrutto l’economia e con essa il sistema bancario; i monopoli e le multinazionali hanno creato la globalizzazione e fornito la piattaforma necessaria per il trionfo ed il consolidamento del capitale finanziario. Ma la divaricazione tra capitale finanziario e tutela del settore bancario richiede la ripresa del secondo in contrapposizione con il primo, in chiave solo riformistica per tantissimi decenni se non almeno un secolo. La Banca Centrale interna è necessaria e può assolvere al proprio ruolo solo se si pone in chiave conflittuale con il capitale finanziario. Poiché ciò è innaturale, è necessario il supporto da una sinistra riformista e non movimentista ma ciò nondimeno rigorosamente antiliberista. Guido Carli, quando si buttò in politica, commise un grande errore quando sostenne che la vera tutela del risparmio è tale quando gli investitori possono scegliere il Paese dove collocare i propri risparmi. E’ stato un grandissimo errore, non intellettuale ma non politico. Ed infatti era la lucida premonizione dell’alleanza tra capitale finanziario e internazionalizzazione (con annesse multinazionali). Ebbene, tale libertà di scelta ha distrutto il risparmio in quanto ha posto gli investitori in balia di intermediari finanziari predatori, questi ultimi in quanto privi di ancoramento popolare. E’ necessario l’ancoramento, non territoriale, ma popolare.
E’ noto che Riccardo Lombardi fu l’ideatore, da parte socialista, del centro-sinistra e delle sue aspirazioni riformiste. E’ altrettanto noto che non appena nato lo disconobbe e si trasse all’esterno. Di qui le malizie sul suo carattere e sulle sue incertezze. Marco Travaglio lo ha recentemente attaccato sotto questo aspetto, seguendo critiche a suo tempo mosse da Indro Montanelli. Montanelli era critico nei confronti sia di Lombardi di Lelio Basso: entrambi “leader” della sinistra socialista, il primo rimasto all’interno del Partito socialista fino alla morte (nell’84, ad ottantatre anni), su posizioni sempre di sinistra, il secondo uscito proprio con il centro-sinistra che non condivise “ab origine”, per fondare il PSIUP, partito socialista di unità proletaria per poi collocarsi nella sinistra indipendente a fianco ed “a latere”del PCI (anche qui fino alla morte, nel ’78, a settantacinque anni). Montanelli, con la sua genialità espressiva criticava in entrambi il carattere: famosa fu l’ironia nei confronti di Basso per la sua pretesa incertezza comportamentale, “Quando parla Lelio, si arrabbia Basso, e viceversa”. Ebbene, la loro spigolosità era un aspetto secondario e forse inevitabile per due persone che vedevano in anticipo rispetto ai tempi ed erano isolati proprio per questo, con grande danno non tanto per loro quanto per la sinistra italiana che ha fallito tutti gli appuntamenti con la Storia, anche per non aver seguito le indicazioni dei due, i quali, pur non distanti tra di loro, non riuscirono mai a collaborare, e su questo andrà, in altra sede, una volta per tutte effettuata una valutazione approfondita, lasciando da parte le malizie sul loro carattere. Quello che è certo è che Montanelli , uomo di destra non omologato, si rifugiava sulle malizie di natura caratteriale per attaccare due uomini di sinistra non omologati, non moderati, non compromessi con il malgoverno ed antitotalitari. Il rinnegamento del centro-sinistra da parte di Lombardi non dipese da volubilità, ma fu dovuto alla immediata comprensione, da parte sua, del prematuro fallimento del centro-sinistra e delle sue aspirazioni riformiste. Un ruolo decisivo fu rivestito da Guido Carli, Governatore di Banca d’Italia e contrario ad una svolta troppo decisa a sinistra. La rottura avvenne su due temi. Il primo fu rappresentato dalle modalità della nazionalizzazione dell’energia elettrica, mediante espropriazione (art. 43 Cost.), che fu uno dei punti di forza del programma centro-sinistra: Lombardi voleva l ‘espropriazione della società e delle partecipazioni azionarie in modo da concedere l’indennizzo ai singoli soci e consentire ai soci di minoranza di indirizzarsi verso altri operatori economici, sia le partecipazioni statali sia privati dinamici e non oligopolistici. Guido Carli voleva nazionalizzare gli impianti per mantenere in vita le società ed evitare di disperdere i soci. Ebbe la meglio Guido Carli. Il secondo fu rappresentato dal segreto bancario, che Lombardi voleva abolire (nei confronti del fisco, essenzialmente) e Guido Carli no, basandosi quest’ultimo sulla circostanza che la misura, pur giustificata e vigente in America, in Italia avrebbe avuto conseguenze nefaste, per il l’effetto panico sui risparmiatori, in un Paese come l’Italia privo di capitali e che si basava sul risparmio bancario. Ebbe la meglio Carli. Questi due episodi furono decisivi e come decisivi furono valutati da Lombardi. Riccardo Lombardi era il “leader” della sinistra socialista ed era sostenitore di riforme di struttura, tali da “cambiare i pezzi del motore mentre la macchina continua ad andare avanti”: è il riformismo rivoluzionario in grado di introdurre a medio termine una società socialista sulla base di una serie di riforme in grado di cambiare gradualmente il sistema, senza inceppare quest’ultimo. Sulla base di questa sua caratterizzazione, che non lo abbandonò mai, fu visto quale prigioniero di ideologia che gli avrebbe impedito di dedicarsi ad un serio riformismo “tout court” senza illusioni di fuoriuscita dal sistema. I due casi di contrapposizione con Carli dimostrano l’esatto contrario: il riformismo di Riccardo Lombardi non cessò mai di essere concreto; con il primo punto voleva dare un colpo a gruppi oligopolistici parassitari ed indirizzare i piccoli azionisti verso nuovi gruppi pubblici e privati, in modo da rivitalizzare da un lato la borsa e dall’altro il mercato. Non a caso Riccardo Lombardi si contraddistinse anche negli anni successivi per tentativi avanzati di riforma sia della società per azioni sia d
Nell’81, con il debito pubblico che era il 60% del Pil., l’allora Ministro del Tesoro Beniamino Andreatta e l’allora Governatore di Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi disposero il divorzio di Banca d’Italia dal Tesoro, vale a dire il venir meno dell’obbligo di Banca d’Italia di sottoscrivere le aste del debito pubblico. Così Banca d’Italia e le banche –presso cui venivano poi collocati molti titoli delle aste- sarebbero state liberate di oneri impropri: ma non solo, lo Stato,privo della sicurezza di copertura, avrebbe ridotto il suo debito pubblico. Era l’attuazione di quel principio, espresso rozzamente da uno dei Ministri di Reagan ed anche da questi, “Bisogna affamare la bestia” per ridurne la bramosia. Fatto sta che trentasette anni dopo, il debito pubblico è diventato il 140% del Pil. E’ diminuita la spesa pubblica sociale, è aumentata a dismisura quella per interessi, saliti alle stesse visto il venir meno della copertura. Le aste pubbliche sono dominate dalle grandi banche d’affari internazionali che dominano anche il debito pubblico, propinando allo Stato derivati rovinosi, che lo Stato stesso non può rifiutare vista la posizione di sua totale dipendenza da queste. Con questo, non si vuol sottolineare che la questione del debito pubblico sia fittizia e priva di sostanza, come sostengono in molti nella sinistra radicale. Un debito pubblico altissimo quale quello italiano costituisce un problema delicatissimo per l’intera economia, posta al servizio del pagamento degli interessi del debito. Semplicemente si vuol collocare il problema nella ottica corretta. Recentemente Alesina e Giavazzi hanno impostato il problema nei consueti termini liberisti, arrivando, sulla base di un’analisi raffinata, ad un clamoroso travisamento globale. I due chiari aa. evidenziano che vi sono tre modi per risolvere il problema: il primo è quello di operare una sostanziosa inflazione per far perdere valore al debito, ma ciò comporta un aumento dei tassi che riporta alla stessa situazione. Il secondo è quello di non onorare il debito ma ciò è realizzabile solo nei confronti dei creditori interni, non certo nei confronti dei creditori esteri operatori istituzionali. Il terzo è quello di ridurre il debito pubblico riducendo la spesa e nel contempo aumentando il PIL. La ricetta è due autori è chiara: aumento della crescita e della produttività con spesa pubblica ridotta all’essenziale ed in ogni caso non idonea ad incidere sulla crescita. Nel contempo, l’inflazione come alternativa al debito pubblico indica chiaramente che la redistribuzione del reddito mediante spesa sociale non va a carico delle classi abbiente ma direttamente od indirettamente a carico dello Stato, facendo diventare la redistribuzione del tutto effimera ed apparente. Il che significa che lo Stato non ha le leve della politica economica e sociale. Infine, la necessità di onorare i propri debiti non deve trascurare il ruolo decisivo e negativo dei creditori istituzionali nei confronti della nascita e della gestione dello stesso debito. La posizione di Alesina e Giavazzi riprende la nota polemica liberista contro la spesa pubblica, collocandola peraltro in contesto in cui essa si rivela vuota e periva di senso. Ciò chiarito,si può ben comprendere la portata del divorzio. Lo stesso ha voluto rendere fisso ed istituzionale il venir meno di un ruolo attivo dello Stato nella gestione del debito pubblica e nella politica economica a favore del mercato senza rendersi conto che ciò nient’altro voleva dire il cedimento di fronte alla grande banca d’affari internazionale. Si è rinunziato alla spesa sociale ed alla politica economica pubblica in un’ottica di mercato inesistente. In quel periodo Guido Carli, appena lasciata la Presidenza di Confindustria, mentre stava preparando la sua discesa in politica, evidenziava la necessità di dare piena libertà di movimento di capitale, per consentire la risparmiatore l’ottimale realizzazione dei propri mezzi finanziari . Ciò senza rendersi conto che i singoli risparmiatori sono dominati dal capitale finanziario e dagli intermediari che lo guidano a proprio piacimento. In tale errore è incorso il divorzio. Sottostante al divorzio vi è anche il clamoroso errore del mondo bancario di rendersi indipendente dal proprio Stato senza immaginare che con uno Stato debole anche il sistema bancario sarebbe diventato debole. Il capitale finanziario domina lo Stato e la politica e quindi riesce a disfarsi di ogni politica economica: il settore creditizio invece va in crisi parallela allo Stato. Necessita di una politica economica. Il settore creditizio non si può disinteressare della spesa sociale. Il settore creditizio non può abbracciare la globalizzazione in quanto la sua fortuna è legata indissolubilmente al territorio ed al tessuto produttivo nazionale. Non può supplire a carenze di questo con una vocazione internazionale, la quale può riguardare, al limite, solo la ristretta parte più avanzata di detto settore. In definitiva, il divorzio dell’81 si basò su una sciagurata valutazione di politica economica: a ciò è da aggiungere che lo stesso si basò su una parimenti clamorosa svista del settore creditizio –con il suo vertice-, che scelse di diventare agente della nascente globalizzazione e del nascente capitale finanziario, invece ad esso entrambi letali.
Nella prima repubblica, soprattutto grazie a Guido Carli, Governatore di Banca d’Italia dal ’60 al ’75 e poi, in sequenza temporale, Presidente di Confindustria, parlamentare Dc e Ministro del Tesoro, preoccupazione principale era di evitare che la politica contaminasse il sistema bancario: preoccupazione fatta propria dall’allora partito comunista un cui brillante economista, Gianni Manghetti, fu esplicito in un suo libro: “Giù le mani dalle banche”. Era la preoccupazione sulle degenerazioni della partitocrazia con il suo spirito spartitorio e clientelare: ma a monte vi era la preoccupazione che la politica incidesse sui criteri di corretta selezione delle aziende beneficiarie del credito, alterandoli. Qui vi è il punto decisivo: alla giusta ed orgogliosa rivendicazione dell’autonomia del credito si è unito indissolubilmente il rifiuto dell’ingresso della politica economica nel settore. Il Pci negli anni ’80 si è così opposto ai tentativi, goffi e spesso strumentali ma almeno abbozzati, di Craxi di politica economica nel credito, gettando insieme all’acqua sporca delle degenerazioni, acqua sporca preponderante, anche il bambino, minoritario, della politica economica. A questo errore clamoroso ne ha fatto seguito altro parimenti clamoroso: la distinzione tra imprenditoria corretta ed imprenditoria scorretta, tra settore bancario serio e settore bancario avventuroso, distinzione fatta saltare dal capitale finanziario e dalla globalizzazione.. In definitiva, si è risolto il ruolo l’ordinamento bancario con le Autorità di vigilanza in quello di regolatore e di garante: di qui la neutralità dei poteri che giuridicamente è un non senso. Si è eliminato l’aspetto politico, e tale eliminazione poteva al limite avere un senso quando il mercato veniva ritenuto funzionante e il problema di un pianificazione semi-socialista era solo politico, se non addirittura ideologico. Si è smantellato l’ordinamento proprio nel momento in cui il mercato si è rivelato del tutto inadeguato. Con questo non si deve far l’errore opposto e trascurare l’aspetto tecnico che al contrario deve essere salvaguardato: semplicemente è un aspetto non è autosufficiente e che deve essere diretto “ab externo”. Ed invece l’aspetto tecnico, lasciato a sé stesso, si è dimostrato del tutto inadeguato a fronteggiare la crisi: più precisamente, i controlli bancari si sono rivelati inidonei a gestire i fattori di crisi in un momento in cui l’economia industriale non tirava più. Così Il mondo bancario si è diretto verso la speculazione abnorme con prodotti rovinosi ed inefficienti, abbandonando nell’effettività l’aspetto della tecnica bancari. La dottrina Carli si è risolta, da sola e per propria scelta, nella sua negazione e nel suo abbandono. E’ mancata, alla fine, la ristrutturazione del credito e del mondo bancario. Nel settore dell’intermediazione degli investimenti in titoli si è persa la tecnicità della gestione dinamica e del supporto ai mercati per restare avvinghiati in un’ottica di pura speculazione In definitiva, la separazione tra attività bancaria ordinaria con risparmi in deposito da un lato e dall’altro attività di banca d’affari è una falsa risposta, mentre all’esatto contrario vi deve essere coordinamento ed anche unificazione di indirizzo, con ripresa dell’aspetto tecnico e con la gestione di investimenti finanziari che si riveli di completamento di quella creditizia, che è il vero cuore della finanza. L’unica Banca vera è quella universale, con la conseguenza che la struttura dell’ordinamento banco-centrica è necessaria contrariamente a quel che ammoniva e lamentava Gustavo Minervini al momento dell’entrata in vigore della regolamentazione delle attività dei servizi di investimento. Ma vi è una conclusione politica che deve essere rimarcata: il mondo bancario e quello delle imprese produttive, sono sinergici tra di loro, contrariamente a quel che pensa il populismo di destra, e sono entrambi in contrasto con il capitale finanziario. Sì, è questo l’elemento di novità clamorosa: il capitale finanziario annulla ed umilia il mondo bancario. Ma non solo: il mondo bancario è in sintonia con lo Stato e con la spesa pubblica da riqualificare ma non da abbattere: al contrario l’intervento pubblico nell’economia, non di sola erogazione, ma anche di investimento e di indirizzo, deve essere il volano degli investimenti.. Uno Stato inefficiente lascia il mondo bancario allo sbaraglio. In termini marxisti, al cui interno la presente ricerca si colloca armonicamente, ciò comporta non l’irrilevanza delle classi, ma all’esatto contrario, in un’ottica di gradualismo, la possibilità di un’aggregazione di classe da parte del lavoro.